
Scrittore, saggista, drammaturgo, poeta, politico, critico d’arte, editore. Racalmutese, siciliano, italiano, europeo. Leonardo Sciascia è stato una delle voci più lucide e coraggiose della letteratura italiana del Novecento.
1921 — 1946
Gli anni della formazione
Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto l’8 gennaio 1921, da Pasquale (1887-1957) e Genoveffa Martorelli (1898-1979); è il primo di tre fratelli, Giuseppe (nato nel 1923) e Anna (nata nel 1926): suo padre, emigrato negli Stati Uniti a venticinque anni, era rientrato in Sicilia dopo la Grande Guerra e si era sposato nel marzo del 1920.
Racalmuto è per Sciascia il luogo del precoce apprendistato culturale: nelle scuole elementari frequentate dal 1927, nella sartoria dello zio Salvatore, nel teatro gestito dallo zio Giuseppe e adibito a cinema, in casa con la madre, una sua sorella insegnante elementare e le tre zie paterne, e soprattutto fra i libri che riusciva a reperire, fossero essi I promessi sposi o I miserabili, oppure le Memorie di Casanova, i Libelli di Courier, il Paradosso sull’attor comico di Diderot, o anche libretti d’opera.
«Isola nell’isola, come ogni paese siciliano»
Racalmuto era un grosso borgo (13.045 abitanti nel 1921) con un’economia basata sull’estrazione dello zolfo e del sale, a metà strada tra Agrigento (allora Girgenti) e Caltanissetta: due città emblematiche, per aver dato i natali a Luigi Pirandello la prima, per esser diventata nel 1937-38 la destinazione scolastica di Vitaliano Brancati l’altra.
Le due città divennero i poli di una formazione che per il giovane Sciascia coincise con l’affrancamento da un «pirandellismo di natura» in cui si sentiva ingabbiato:
«Sono nato e vissuto in un’area avant la lettre pirandelliana, la provincia di Girgenti era il territorio che Pirandello aveva scoperto ed esplorato: e io mi ci sono maledettamente intricato – con lo stupore, l’ansietà, la febbre dell’adolescenza – appena cominciato a leggerlo.»
Sciascia si trasferisce a Caltanissetta con la famiglia nel 1935 e lì intraprende gli studi magistrali nella stessa scuola dove insegnava Brancati, con cui però non ebbe all’epoca rapporti diretti.
La guerra di Spagna aveva rimosso definitivamente quel poco di nazionalismo mussoliniano che gli si era sedimentato dentro e lo porta su posizioni convintamente antifasciste: si avvicina così a coetanei aderenti al Partito comunista clandestino animato a Caltanissetta da Pompeo Colajanni, come Luigi (Gino) Cortese ed Emanuele Macaluso, e agli ambienti antifascisti cattolici.
Nel 1941 si iscrive alla Facoltà di Magistero di Messina, supera 17 esami, ma non si laurea. Nel frattempo, dopo un primo impiego al consorzio agrario di Racalmuto come addetto all’ammasso del grano, inizia a insegnare nella scuola elementare del suo paese, ed è nell’ambiente scolastico che conosce Maria Andronico, che sposa nel 1944 e da cui ha due figlie, Laura (1945) e Anna Maria (1946).

1947 — 1978
L’affermazione letteraria
Conosce bene per tradizione familiare la realtà delle zolfare, perché suo nonno da caruso era diventato amministratore di una miniera, suo padre era contabile in una zolfara. Tutto ciò, insieme con la storia e la vita di Racalmuto, confluisce in quello che lo scrittore riteneva essere il suo vero primo libro, Le parrocchie di Regalpetra, pubblicato da Laterza nel 1956.
Da più di dieci anni Sciascia scriveva saggi e articoli, soprattutto di letteratura siciliana, e opere originali: nel 1950 aveva pubblicato Le favole della dittatura, nel 1952 la raccolta poetica La Sicilia, il suo cuore, nel 1953 il saggio Pirandello e il pirandellismo, dove pubblica delle lettere inedite di Pirandello al critico Adriano Tilgher.
Fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta si afferma nel mondo delle lettere grazie ai libri pubblicati dall’editore Einaudi: i racconti de Gli zii di Sicilia (1958) e due romanzi, Il giorno della civetta (1961) e Il consiglio d’Egitto (1963).
Il giorno della civetta è il primo romanzo italiano a trattare il tema della mafia come sistema di potere, anticipando di decenni il dibattito pubblico sul fenomeno.
Nel corso degli anni Sessanta gli interessi e l’attività di Sciascia si diversificano e si ampliano, pur restando fedeli a un nucleo che ha il suo centro in Sicilia: scrive di letteratura, di storia, di arte, di politica, continuando a pubblicare romanzi (A ciascuno il suo esce nel 1966), racconti, pièces teatrali, persino documentari filmati.
Nell’agosto del 1967 si trasferisce a Palermo (passando comunque le estati in Contrada Noce, nei pressi di Racalmuto, dove stende tutti i suoi libri), e da lì osserva le vicende che alla fine del decennio cambiarono profondamente la società.
I riflessi sulla sua letteratura sono in un primo tempo mediati: la repressione sovietica della Primavera di Praga gli ispira una pièce teatrale su un episodio di storia siciliana del XVIII secolo, la Recitazione della controversia liparitana (dedicata a A. D.), ovvero a Alexander Dubček, il leader della Primavera di Praga. Ma già dai primi anni Settanta Sciascia scrive libri come Il contesto. Una parodia (1971) e Todo modo (1974) che affrontano tematiche d’attualità non più legate esclusivamente alla Sicilia, anticipando fenomeni politici e sociali e prefigurando eventi drammatici.
Il contesto genera forti polemiche con parte della sinistra italiana, ma ciò nonostante Sciascia prima partecipa accanto ai comunisti alla campagna referendaria in difesa della legge sull’aborto (1974), poi, l’anno successivo, si candida e viene eletto al Consiglio comunale di Palermo, come indipendente nelle liste del PCI.
Dimessosi polemicamente dopo due anni (il romanzo del 1977 Candido. Un sogno fatto in Sicilia è in sostanza il racconto di quella delusione), Sciascia è protagonista di polemiche soprattutto ma non solo politiche, trovandosi a discutere con esponenti del mondo scientifico dopo la pubblicazione de La scomparsa di Majorana nel 1975.
Ma il culmine polemico viene raggiunto nel 1978 in occasione del rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e del pamphlet che scrive a ridosso dell’evento, L’affaire Moro. Un evento determinante nella decisione di candidarsi alle elezioni europee e politiche del 1979 nelle liste del Partito Radicale.

1980 — 1989
Gli ultimi anni e l’eredità
Le opere dei primi anni Ottanta (Il teatro della memoria del 1981; La sentenza memorabile del 1982, un commento al capitolo «Degli zoppi» degli Essais di Montaigne; Kermesse del 1982, una raccolta di detti popolari della sua Racalmuto, che costituisce il nucleo di Occhio di capra, apparso due anni dopo) sono una sorta di ‘vacanza’ dall’impegno politico per certi versi poco congeniale allo scrittore.
Sono gli anni del suo impegno alla casa editrice Sellerio, di cui orienta molte scelte.
Approdato ormai alla grande stampa nazionale – scrive su «La Stampa», «Il Corriere della Sera», «L’Espresso», pur senza abbandonare «L’Ora» e «Il Giornale di Sicilia» e altre testate –, sforna numerosi articoli di letteratura, storia e arte, che confluiscono nel 1983 in Cruciverba, terza raccolta di saggi, ormai di respiro europeo, dopo le raccolte siciliane Pirandello e la Sicilia (1961) e La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia (1970).
Interviene su temi di scottante attualità, come mafia e terrorismo, e sui problemi e le distorsioni della giustizia: A futura memoria (se la memoria ha un futuro) raccoglie nel 1989 gli scritti più significativi.
Negli ultimi anni, dopo tante inchieste e cronache, Sciascia torna alla narrazione: nel 1987 con Porte aperte, ispirato al giudice racalmutese Salvatore Petrone, poi con due veri e propri romanzi d’invenzione percorsi da allusioni autobiografiche: Il cavaliere e la morte (1988), che si può considerare lo splendido testamento letterario dello scrittore, e Una storia semplice, uscito pochi giorni prima della morte, che lo coglie a Palermo il 20 novembre 1989.
Sciascia aveva il culto della memoria. In vita fece almeno tre scelte volte a preservare la vitalità della sua produzione: disegnò con Claude Ambroise una raccolta di opere pubblicata da Bompiani tra 1987 e 1991, affidò ad Adelphi la gestione dei singoli libri e mosse i primi passi formali per la creazione della Fondazione a lui intitolata nel suo amato paese natale, mai davvero lasciato.