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La vita

L'impegno civile

“Il giorno della civetta” fece conoscere al grande pubblico il nome dello scrittore di Racalmuto ed oggi ha ormai superato il milione di copie, è stato adattato per il teatro, è diventato un film (1968, regia di Damiano Damiani). La reputazione di mafiologo attribuita a Sciascia, in seguito alla pubblicazione di questo romanzo, è riduttiva e fu sempre detestata dallo scrittore. Certamente un aspetto originale del libro è costituito dalla novità dell’argomento per i tempi in cui veniva trattato, ma la vera originalità è senz’altro di profilo socio-letterario. Sciascia sosteneva che, con la sua narrazione, aveva esemplificato la realtà mafiosa, che fosse stato il primo a porre l’accento, in un’opera narrativa di largo consumo, sul problema della mafia, trattato fino ad allora solo da storici, sociologi, antropologi, in studi talvolta molto interessanti, addirittura classici.

Nel 1963 fu pubblicato il romanzo storico “Il Consiglio d’Egitto” in cui Sciascia volle fare la cronaca del massacro, avvenuto a  Caltagirone alla fine del ‘700, dei presunti giacobini. Raccogliendo i materiali degli  archivi e leggendo le cronache del marchese di Villabianca, gli si impose la figura dell’abate Vella. Negli stessi documenti Sciascia incontrò Fra Diego La Matina, l’altro personaggio che gli fornì lo spunto per “Morte dell’inquisitore”, pubblicato nel 1964 da Laterza.


Nel 1967 “Morte dell’inquisitore” e “Le parrocchie di Regalpetra” vennero pubblicate in un solo volume: la prima opera rappresentava l’immagine di un eretico antenato, Fra Diego, figura ideale per lo scrittore; la seconda la condizione contingente del paese natale, base fondamentale di tutta la sua opera. Con il fotografo Ferdinando Scianna, pubblicò nel 1965 il libro “Feste religiose in Sicilia”: Sciascia rimase sempre molto legato a Scianna, sensibile com’era alle arti visive, come pittura e scultura, al cinema e alla fotografia.

Nel 1966 Einaudi diede alle stampe “A ciascuno il suo”, un giallo, per dirla con Calvino, “che non è un giallo, letto con la passione con cui si leggono i gialli, e in più il divertimento di vedere come il giallo viene smontato, anzi come viene dimostrata l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano”. L’opera fu accolta positivamente negli ambienti comunisti, come romanzo di grande impegno e passione civile, mentre Sciascia sosteneva che fosse espressione del fallimento del centro-sinistra e non un giallo sulla mafia. Il regista Elio Petri realizzò un film nel 1967.

Sempre nel 1967 l’editore Mursia pubblicò un’“Antologia di narratori di Sicilia” che Sciascia curò con Salvatore Guglielmino. Nello stesso anno Sciascia si trasferì da Caltanissetta a Palermo. A Racalmuto, nella casa in campagna di contrada Noce, tornava d’estate per scrivere e quando gli impegni glielo permettevano. Con grande interesse Sciascia si avvicinò anche alla scrittura teatrale, dalla quale, dopo qualche prova, si discostò per la difficoltà di accettare la mediazione della figura del regista, mediazione da lui ritenuta “devastatrice dei testi”. Giancarlo Sbragia aveva già adattato per lo Stabile di Catania “Il giorno della civetta”, ottenendo un grande  successo; nel 1965 Sciascia aveva tradotto per il Piccolo di Milano la commedia di Rizzotto e Mosca “I mafiusi della Vicaria”. Nel 1965 scrisse “L’onorevole” e nel 1969 “Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D.”. Sempre nello stesso anno iniziò a collaborare al Corriere della Sera. Nel 1970 venne pubblicato “La corda pazza” ed alla fine del 1971 “Il contesto”, accolto con reazioni opposte dalla critica e dagli intellettuali e gli “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel”. Nel 1973 usciva “L’introduzione alla Colonna infame” e nel 1975 “La scomparsa di Majorana”, ai quali seguirono “I pugnalatori” nel 1976 e “L’affaire Moro” nel 1978, entrambi del genere racconto-inchiesta. Nel 1973 pubblicava pure “Il mare colore del vino”, raccolta di novelle, e scriveva la prefazione di “Mafia” di Henner Hess.

Nel 1974 usciva “Todo modo” che Elio Petri due anni dopo avrebbe fatto diventare un film nel quale più palese sarebbe apparsa la satira contro la Democrazia Cristiana e i suoi uomini politici. “Civiltà cattolica” sferzò un duro attacco a Sciascia, condannando il libro e l’intrusione inammissibile, da parte di un materialista come lui, nei problemi e nei misteri soprannaturali della fede e dello spirito. In un’intervista a L’Espresso lo scrittore aveva già parlato  di quest’opera che avrebbe intitolato “Esercizi spirituali”, affermando che si sarebbe trattato di un “Contesto” di tipo cattolico in cui protagonisti erano “non solo i democristiani ma pure i cattolici che fanno la politica”. Ma secondo Sciascia a “Todo modo” sarebbe seguito solo un lungo silenzio e non le reazioni del mondo comunista al “Contesto”, poiché “i cattolici sanno che solo il silenzio può uccidere un libro”.

A partire dal 1973 Sciascia iniziava a dialogare in modo costruttivo con i dirigenti comunisti e questi rapporti positivi portarono alla candidatura nel giugno del 1975 nella lista comunista per il consiglio comunale di Palermo in cui fu eletto come indipendente, occupando il secondo posto per numero di voti dopo Occhetto, segretario regionale del partito, mentre terzo fu Renato Guttuso. Nel 1977 Sciascia si dimetteva, lamentando un’inerzia di fatto del consiglio comunale e dell’amministrazione. Intanto a Roma si sperimentava il compromesso storico ed il PCI assumeva la posizione politica di non-sfiducia nei confronti del governo Andreotti. Sciascia non condivideva e criticava la scelta dei comunisti. In seguito al sequestro di Mario Sossi da parte delle Brigate Rosse lo scrittore fu tra i primi a sostenere che il gruppo terroristico armato fosse costituito da rivoluzionari di sinistra. Nel 1977 a Torino, durante il processo contro le Brigate Rosse, i giudici popolari decisero di disertare e nella violenta polemica scoppiata nel mondo politico, Sciascia confessava “che, non fosse stato per il dovere di non aver paura, avrebbe rifiutato pure, cercando un medico che con compiacenza gli certificasse un’affezione da sindrome depressiva”. Attaccato con violenza dai comunisti, rispose altrettanto violentemente, confutando tali attacchi ideologici che, nella realtà contingente, non erano più aderenti e realizzabili come lo erano stati per Vittorini. Sempre nello stesso anno usciva “Candido” che Sciascia considerò il suo libro più autobiografico e che fu la risposta più completa e ferma al Partito Comunista.

Aldo Moro veniva sequestrato dopo la strage di via Fani il 16 marzo 1978: nonostante le prese di posizione di molti scrittori e intellettuali, Sciascia in quel periodo non fece sentire la sua voce. Ma nell’agosto dello stesso anno era già pronto “L’affaire Moro” che usciva contemporaneamente in Francia e  

in Italia, scatenando una serie di polemiche e reazioni nel mondo politico. Poco dopo veniva pubblicato, sempre in Italia e in Francia, “La Sicilia come metafora”, libro-intervista di Marcelle Padovani, giornalista di Le Nouvel Observateur. Anche “La scomparsa di Majorana” aveva generato una polemica con il fisico Amaldi sulla responsabilità dello scienziato.

Nel giugno del 1979 Sciascia si presentava con il Partito Radicale alle elezioni politiche nazionali ed europee, superando in entrambe il turno elettorale e scegliendo di essere deputato del Parlamento italiano. Fino al 1983, anno delle elezioni politiche anticipate e del conseguente scioglimento delle camere, Sciascia si dedicò quasi esclusivamente ai lavori della Commissione d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. La relazione da lui presentata alla fine della Legislatura fu pubblicata nel 1983 con la ristampa de “L’affaire Moro”. Nel 1981 usciva “Il Teatro della memoria”, sorta di divertito commento ai lavori della Commissione d’inchiesta su Moro. Negli anni successivi lavorava alla riscrittura di “faits divers” di profilo storico e letterario: “La sentenza memorabile” (1982), “Storia della povera Rosetta (1983), “La Strega e il capitano” (1986), “1912+1” (1987); Sciascia li considerava “esercizi letterari e storiografici per generare dissonanze o strane armonie nel concerto italiano”. “La Strega e il capitano” conteneva pure l’elemento autobiografico della riflessione sulla malattia. Nel 1984 in occasione del bicentenario della nascita di Stendhal scriveva “Stendhal e la Sicilia”, mentre per quello di Manzoni (1987) avrebbe pubblicato “La Strega e il capitano”. Nel 1983 dava alle stampe una seconda raccolta di saggi intitolata “Cruciverba”. In seguito alla pubblicazione di un articolo, il 10 gennaio 1987, nel quale commentava una ricerca di Christopher Duggan su “La mafia durante il fascismo” e affermava che l’antimafia poteva trasformarsi in uno strumento di potere “anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando”, si scatenavano nuovamente forti polemiche nel mondo politico e giudiziario.

Ma l’attenzione di Sciascia negli ultimi anni di vita si sarebbe concentrata di più sul valore e sul tema della memoria, su una riflessione legata all’inarrestabile fluire dei tempi e delle generazioni: nel 1981 moriva la madre e ai nipoti dedicherà nel 1984 “Occhio di capra”, libretto di espressioni, proverbi, termini siciliani. E sempre riguardo alle tematiche della memoria, uscì nel 1979 “Dalle parti degli infedeli” e nel 1985 “Cronachette”, primo e centesimo volume della collana intitolata appunto “La memoria”, pubblicata da Sellerio. Per Sellerio Sciascia fu un vero e proprio organizzatore culturale dalla fine degli anni ’70 fino alla metà degli anni ’80 e per la casa editrice palermitana curò inoltre i quattro volumi “Delle cose di Sicilia” (1982-1986), raccolta di testi storici e letterari sulla Sicilia, noti e meno noti, che, secondo lo scrittore, contribuivano a dare un’immagine diversa della regione, meno convenzionale e quindi più aderente e profonda. Negli anni ’80 si dedicò pure alla pubblicazione e rivalutazione dell’opera di Savinio, nonché al commento di lettere inedite di Borgese in “Per un ritratto dello scrittore da giovane” (1985). Nel 1986 curava l’almanacco Bompiani su Pirandello con la ristampa dell’almanacco del 1936 e pubblicava “Alfabeto pirandelliano”, libro in cui approfondiva e riassumeva le sue riflessioni sul drammaturgo agrigentino. Ultimo suo lavoro fu “Una storia semplice”, breve e intensissimo giallo uscito pochi mesi prima della morte, avvenuta nella sua casa di Palermo il 20 novembre 1989 dopo l’aggravarsi della malattia (una rarissima forma di mieloma del sangue) di cui soffriva da qualche anno. Nella chiesa di Santa Maria del Monte di Racalmuto furono celebrati i funerali ai quali partecipò l’intero paese e numerosissimi uomini di cultura e i maggiori rappresentanti delle istituzioni politiche.

 

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